Nuovo regime forfettario agevolato

Nuovo regime forfettario agevolato

Nuovo regime forfettario agevolato – Che cos’è

La legge di stabilità 2015 ha introdotto il nuovo regime forfetario, destinato agli operatori economici di ridotte dimensioni. Tale regime, applicabile dal 1° gennaio 2015, è stato successivamente modificato dalla legge di stabilità 2016. In sintesi, il regime forfetario prevede rilevanti semplificazioni ai fini IVA e ai fini contabili, e consente, altresì, la determinazione forfetaria del reddito da assoggettare a un’unica imposta in sostituzione di quelle ordinariamente previste, nonché di accedere ad un regime contributivo opzionale per le imprese.

Il regime forfetario rappresenta il regime naturale delle persone fisiche che esercitano un’attività di impresa, arte o professione in forma individuale, purché siano in possesso dei requisiti stabiliti dalla legge e, contestualmente, non incorrano in una delle cause di esclusione. Al regime possono inoltre accedere i soggetti già in attività.

Il regime in esame non prevede una scadenza legata ad un numero di anni di attività o al raggiungimento di una particolare età anagrafica. La sua applicazione, pertanto, è subordinata solo al verificarsi delle condizioni e al possesso dei requisiti prescritti dalla legge.

Requisiti

Possono accedere al regime forfetario i soggetti già in attività e/o i soggetti che iniziano un’attività di impresa, arte o professione, purché nell’anno precedente:
Il regime in esame non prevede una scadenza legata ad un numero di anni di attività o al raggiungimento di una particolare età anagrafica. La sua applicazione, pertanto, è subordinata solo al verificarsi delle condizioni e al possesso dei requisiti prescritti dalla legge.

  1. abbiano conseguito ricavi o percepito compensi non superiori a determinati limiti (ragguagliati all’anno nel caso di attività iniziata in corso di anno), diversificati in base al codice ATECO, che contraddistingue l’attività esercitata. Non concorrono alla determinazione del limite di riferimento i ricavi e i compensi derivanti dall’adeguamento agli studi di settore. Inoltre, quando il contribuente esercita più attività, contraddistinte da codici ATECO differenti, ai fini del diritto all’accesso o alla permanenza nel regime forfetario, occorre considerare il limite più elevato tra quelli fissati per ciascuna delle attività esercitate.
  2. abbiano sostenuto spese complessivamente non superiori a 5.000 euro lordi per lavoro accessorio, lavoro dipendente e per compensi erogati ai collaboratori, anche assunti per l’esecuzione di specifici progetti. Alla determinazione del limite concorrono gli utili di partecipazione erogati agli associati in partecipazione con apporto costituito da solo lavoro, nonché le somme corrisposte per le prestazioni di lavoro effettuate dall’imprenditore o dai suoi familiari
  3. il costo complessivo dei beni strumentali, al lordo degli ammortamenti, non superi, alla data di chiusura dell’esercizio, i 20.000 euro. Non concorrono alla formazione di detto limite i beni immobili, comunque acquisiti, e anche se detenuti in locazione, utilizzati per l’esercizio dell’impresa, arte o professione. Rilevano, invece, nel calcolo del limite: per i beni in locazione finanziaria, il costo sostenuto dal concedente; per i beni in locazione, noleggio e comodato, il valore normale degli stessi determinato alla data del contratto di locazione/noleggio o comodato; per i beni in proprietà, il prezzo di acquisto. I beni utilizzati promiscuamente per l’esercizio dell’impresa, arte o professione e per l’uso personale o familiare, concorrono alla formazione del predetto limite nella misura del 50%, indipendentemente dal loro effettivo utilizzo. Non concorrono, infine, al calcolo del limite dei 20.000 euro i beni strumentali all’esercizio dell’arte o della professione, ovvero all’esercizio dell’impresa il cui costo unitario non sia superiore a 516,45 euro.

Cause di esclusione dal regime

Non possono avvalersi del regime forfetario:

  • i soggetti che si avvalgono di regimi speciali ai fini IVA o di regimi forfetari di determinazione del reddito
  • i soggetti non residenti, ad eccezione di coloro che risiedono in uno degli Stati membri dell’Unione europea, o in uno Stato aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo, che assicuri un adeguato scambio di informazioni, e producono in Italia almeno il 75% del reddito complessivamente prodotto
  • i soggetti che effettuano, in via esclusiva o prevalente, operazioni di cessione di fabbricati e relative porzioni o di terreni edificabili ovvero cessioni intracomunitarie di mezzi di trasporto nuovi
  • i soggetti che partecipano a società di persone, ad associazioni professionali, di cui all’articolo 5 del TUIR, o a società a responsabilità limitata aventi ristretta base proprietaria che hanno optato per la trasparenza fiscale
  • i soggetti che nell’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente e/o assimilati di importo superiore a 30.000 euro, tranne nel caso in cui il rapporto di lavoro dipendente nell’anno precedente sia cessato (sempre che in quello stesso anno non sia stato percepito un reddito di pensione o un reddito di lavoro dipendente derivante da un altro rapporto di lavoro). Questa causa di esclusione è stata introdotta dalla legge di stabilità per il 2016, che contemporaneamente ha abrogato la disposizione che prevedeva, quale requisito per l’applicazione del regime forfetario, che nell’anno precedente il reddito dell’attività d’impresa, arte o professione esercitata fosse prevalente rispetto al reddito di lavoro dipendente o assimilato eventualmente percepito. Pertanto, è opportuno precisare che la disposizione abrogata continua ad avere effetto solo nei confronti dei contribuenti, che hanno adottato il regime forfetario nel corso del 2015. Invece, coloro che intendono applicare il regime di favore nel 2016 devono rispettare la nuova condizione (non devono, cioè, aver percepito nel 2015 un reddito di lavoro dipendente o assimilato superiore a 30.000 euro).

Il regime forfetario cessa di avere efficacia a partire dall’anno successivo a quello in cui viene meno anche solo uno dei requisiti di accesso previsti dalla legge ovvero si verifica una delle cause di esclusione.

Reddito e tassazione

I soggetti che aderiscono al regime determinano il reddito imponibile applicando all’ammontare dei ricavi o dei compensi percepiti il coefficiente di redditività diversificato a seconda del codice ATECO che contraddistingue l’attività esercitata. Una volta determinato il reddito imponibile, il contribuente forfetario applica un’unica imposta, nella misura del 15%, sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’IRAP.

Nel caso di imprese familiari, l’imposta sostitutiva, applicata sul reddito al lordo dei compensi dovuti dal titolare al coniuge e ai suoi familiari, è dovuta dall’imprenditore. I contributi previdenziali obbligatori, compresi quelli corrisposti per conto dei collaboratori dell’impresa familiare fiscalmente a carico, ovvero, se non fiscalmente a carico, qualora il titolare non abbia esercitato il diritto di rivalsa sui collaboratori stessi, si deducono dal reddito determinato forfetariamente; l’eventuale eccedenza è deducibile dal reddito complessivo. Il reddito determinato forfetariamente rileva anche ai fini del riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia, mentre non viene preso in considerazione per determinare l’ulteriore detrazione spettante in base alla tipologia di reddito (articolo 13 del Tuir).

Non rilevano nella determinazione del reddito le plusvalenze e le minusvalenze realizzate in corso di regime, nonché le sopravvenienze sia attive sia passive.

Le agevolazioni per i soggetti che iniziano una nuova attività

Il legislatore ha previsto ulteriori vantaggi volti a favorire la nascita di nuove iniziative economiche. La disciplina, nella versione originaria applicabile per l’anno di imposta 2015, prevedeva che i contribuenti in regime forfetario beneficiassero della riduzione di 1/3 dell’imponibile determinato al lordo delle deduzioni. Pertanto, per il solo anno 2015, la suddetta riduzione va operata sul reddito forfetariamente determinato al lordo dei contributi previdenziali versati e dedotti e delle perdite pregresse da portare in diminuzione del reddito.

Con l’intento di favorire ulteriormente le nuove iniziative economiche, il legislatore con la legge di stabilità per il 2016, ha stabilito che, a decorrere dal 2016, il reddito determinato con i criteri sopra illustrati, sia assoggettato ad un’imposta sostitutiva del 5%, per i primi 5 anni di attività. E’ stato altresì prevista, anche per i soggetti che nel 2015 hanno iniziato una nuova attività, l’applicazione, per il quadriennio che residua al compimento del quinquennio, dell’imposta sostitutiva nella misura del 5%.

Per poter beneficiare degli ulteriori vantaggi è necessario che:

  • il contribuente non abbia esercitato, nei tre anni precedenti l’inizio dell’attività, attività artistica, professionale ovvero d’impresa, anche in forma associata o familiare
  • l’attività da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni
  • qualora venga proseguita un’attività svolta in precedenza da altro soggetto, l’ammontare dei relativi ricavi e compensi, realizzati nel periodo d’imposta precedente quello di riconoscimento del beneficio, non sia superiore ai limiti che, a seconda dell’attività, consentono l’accesso al regime.

La possibilità di applicare l’imposta sostituiva al 5% è riconosciuta anche ai soggetti che applicavano il regime fiscale di vantaggio al 31 dicembre 2014 e che hanno i requisiti previsti per applicare la nuova agevolazione.

Semplificazioni e adempimenti

L’adozione del regime forfettario comporta una serie di semplificazioni tanto ai fini Iva quanto ai fini delle imposte dirette.

Semplificazioni ai fini Iva

Coloro che applicano il regime forfetario non addebitano l’Iva in fattura ai propri clienti e non detraggono l’iva sugli acquisti. Non liquidano l’imposta, non la versano, non sono obbligati a presentare la dichiarazione e la comunicazione annuale Iva. Non devono comunicare all’Agenzia delle entrate le operazioni rilevanti ai fini Iva (cd. spesometro) né quelle effettuate nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi cosiddetti black list. Chi applica il regime forfetario, inoltre, non ha l’obbligo di registrare i corrispettivi, le fatture emesse e ricevute.

Adempimenti ai fini Iva

I contribuenti che applicano il regime forfetario hanno l’obbligo di:

  • numerare e conservazione delle fatture di acquisto e le bollette doganali;
  • certificare i corrispettivi;
  • integrare le fatture per le operazioni di cui risultano debitori di imposta con l’indicazione dell’aliquota e della relativa imposta, da versare entro il giorno 16 del mese successivo a quello di effettuazione delle operazioni, senza diritto alla detrazione dell’imposta relativa.

Altre semplificazioni ai fini delle imposte sul reddito

I contribuenti che applicano il regime forfetario sono esonerati dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili, fermo restando l’obbligo di tenere e conservare i registri previsti da disposizioni diverse da quelle tributarie. Non applicano gli studi di settore e i parametri, sebbene siano tenuti a fornire, nella dichiarazione dei redditi, alcune informazioni relative all’attività svolta; non operano le ritenute alla fonte, pur essendo obbligati a indicare in dichiarazione il codice fiscale del soggetto a cui sono stati corrisposti emolumenti; non subiscono le ritenute, in ragione dell’esiguità della misura dell’imposta sostitutiva.

Vecchi regimi

Al fine di consentire la graduale sostituzione di tutti i regimi di favore in vigore per le piccole attività economiche con il nuovo regime forfetario, il legislatore, con la legge di stabilità 2015, ha previsto che, a decorrere dal 1° gennaio 2015 (data di entrata in vigore del nuovo regime), fossero abrogati:

  • il regime delle le nuove attività produttive
  • il regime fiscale di vantaggio, in vigore dal 1° gennaio 2012, che aveva assorbito il regime dei contribuenti minimi
  • il regime contabile agevolato.

La legge di stabilità per il 2015 consente a coloro che applicavano il regime fiscale di vantaggio al 31 dicembre 2014 di continuare ad applicarlo per tutto il periodo residuo. Il legislatore ha, inoltre, consentito ai soggetti che, al 31 dicembre 2014, applicavano il regime fiscale di vantaggio di continuare ad applicarlo per il periodo che residua al completamento del quinquennio agevolato ovvero fino al compimento del trentacinquesimo anno di età se successivo alla scadenza del quinquennio, ampliando poi detta possibilità anche a coloro che hanno iniziato l’attività nel 2015. Tenuto conto delle significative modifiche apportate al regime forfetario dalla legge di stabilità per il 2016, i soggetti che nel 2015 hanno optato per il regime ordinario possono, dal 1° gennaio 2016, revocare la scelta effettuata e accedere al regime forfetario. Coloro che intendono applicare il nuovo regime possono, pertanto, effettuare le opportune rettifiche dei documenti emessi, nel corso del 2016, con addebito dell’imposta, entro sessanta giorni dalla pubblicazione, sul sito istituzionale dell’Agenzia delle entrate, della Circolare n. 10/E del 4 aprile 2016 o entro la prima liquidazione Iva successiva, se la stessa scade dopo il predetto termine.

Modalità di accesso al regime

Contribuenti già in attività

Poiché il regime forfetario è un regime naturale, i contribuenti che già svolgono un’attività di impresa, arte o professione, vi accedono senza dover fare alcuna comunicazione preventiva o successiva. Tali soggetti sono, tuttavia, obbligati ad inviare apposita comunicazione telematica all’INPS entro il 28 febbraio di ciascun anno, qualora interessati a fruire del regime contributivo agevolato.

Contribuenti che iniziano l’attività

I contribuenti che iniziano un’attività d’impresa, arte o professione e che presumono di rispettare i requisiti e le condizioni previste per l’applicazione del regime, hanno l’obbligo di darne comunicazione nella dichiarazione di inizio attività (modello AA9/12). Tale comunicazione non ha valore di opzione, trattandosi di un regime naturale, ma è richiesta unicamente ai fini anagrafici. L’omessa indicazione nella dichiarazione di inizio attività dell’intenzione di applicare il regime forfetario non preclude, quindi, l’accesso al regime medesimo, ma è punibile con una sanzione amministrativa da 250 euro a 2.000 euro.

L’attestazione della sussistenza dei requisiti per l’accesso al regime e dell’assenza della cause ostative va fatta in sede di dichiarazione annuale dei redditi.

I contribuenti che potenzialmente devono applicare il regime forfetario hanno la possibilità di disapplicarlo, ovvero di fuoriuscirne, optando per la determinazione delle imposte sul reddito e dell’imposta sul valore aggiunto nei modi ordinari. L’opzione per il regime ordinario avviene tramite comportamento concludente, ma deve, in ogni caso, essere comunicata barrando l’apposito campo della dichiarazione annuale IVA da presentare successivamente alla scelta operata. L’omessa comunicazione in dichiarazione della volontà di applicare il regime ordinario non inficia l’opzione effettuata, ma è punibile con una sanzione amministrativa da 250 euro a 2.000 euro. L’opzione per l’applicazione del regime ordinario è valida per almeno un triennio.

Trascorso il periodo minimo di permanenza nel regime ordinario, l’opzione resta valida per ciascun anno successivo, fino a quando permane la concreta applicazione della scelta operata.

Normativa e prassi

I TIPI DI SOCIETA’

I tipi di società

I tipi di società di capitali

La riforma del diritto societario – attuata con il D.lgs. 17 gennaio 2003 n. 6 e successive modifiche ed integrazioni – ha notevolmente innovato ed armonizzato la disciplina nazionale in materia di società di capitali.

Ulteriori semplificazioni sono state introdotte con le Leggi 24 marzo 2012, n. 27 e 9 agosto 2013, n. 99 e il D.L. 24 giugno 2014, n. 91.

Il codice civile (artt. 2325 e ss.) individua pertanto i seguenti tipi di società di capitali:

La società per azioni

La società per azioni (SPA), nella quale le partecipazioni dei soci sono rappresentate da titoli trasferibili, le azioni. Nelle società per azioni sono vietati i conferimenti d’opera e servizi. La SPA è la forma societaria più utilizzata per le imprese medio-grandi e grandi.

E’ previsto un capitale sociale minimo di euro 50.000,00 (non più 120.000,00) e, oltre all’organo amministrativo, è obbligatorio nominare anche il Collegio sindacale.

La società per azioni, anche a seguito delle innovazioni introdotte con la riforma del diritto societario, può finanziarsi ricorrendo altresì all’emissione di titoli obbligazionari ovvero di strumenti finanziari.
Ai fini della costituzione di una SPA, è necessario versare presso una banca, su un conto vincolato, almeno il 25% del capitale sociale (il 100% nel caso di società unipersonale) ed esibire in originale al Notaio la ricevuta dell’avvenuto versamento.

La società a responsabilità limitata

La società a responsabilità limitata (SRL), nella quale le partecipazioni dei soci sono rappresentate da quote. I diritti sociali (come il diritto di voto, il diritto agli utili ecc..), di regola, spettano ai soci in proporzione alla quota posseduta da ciascuno, ma è comunque fatta salva la possibilità di attribuire diritti specifici a singoli soci.

La riforma del diritto societario ha profondamente innovato questo tipo societario,consentendone oggi una regolazione adattabile alle concrete esigenze dei soci.
E’ stata anche ampliata la sua struttura finanziaria, con la previsione della possibilità di conferire a capitale “tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica” nonchè di emettere titoli di debito (alle condizioni previste dalla legge).

Il capitale sociale minimo è fissato in euro 10.000,00. Il versamento di almeno il 25% del capitale sociale (il 100% nel caso di società unipersonale) deve essere effettuato all’organo amministrativo in sede di sottoscrizione dell’atto costitutivo (e non più su un conto vincolato presso una banca).

E’ oggi altresì prevista la possibilità di costituire la SRL con capitale sociale di importo inferiore a 10.000,00 euro, purché pari ad almeno un euro e nel rispetto di alcune condizioni di legge (conferimenti in denaro, versamento integrale del capitale e particolare regolazione statutaria delle riserve).

La società a responsabilità limitata semplificata (SRLS) è invece una particolare tipologia di SRL, introdotta con i summenzionati provvedimenti semplificativi. L’ammontare del capitale sociale è pari almeno ad 1 euro (ed inferiore ad euro 10.000,00). Può essere costituita solo da persone fisiche ed è regolata da clausole statutarie ministeriali. La SRLS è esente da onorari notarili e imposta di bollo (ma non da imposta di registro).

La società in accomandita per azioni

La società in accomandita per azioni (SAPA), nella quale il capitale sociale è diviso in azioni ed i soci sono suddivisi in due categorie: accomandanti (che rispondono delle obbligazioni sociali nei limiti delle azioni sottoscritte) e accomandatari (amministratori di diritto, che invece rispondono solidalmente ed illimitatamente delle obbligazioni sociali).
La SAPA è il tipo di società di capitali meno diffuso in Italia ed è soprattutto utilizzata come “cassaforte di famiglia” dei gruppi imprenditoriali che intendono tutelarsi da scalate azionarie da parte di terzi.

La società cooperativa

La società cooperativa (COOP) è una società a capitale variabile, costituita per gestire in comune un’attività d’impresa, con lo scopo di offrire beni, servizi o occasioni di lavoro ai propri soci a condizioni più favorevoli di quelle di mercato (cosiddetto “scopo mutualistico”). Per costituire un COOP non è pertanto prevista la necessità di esibire al Notaio alcuna ricevuta bancaria relativa al versamento del capitale. Anche nelle COOP per le obbligazioni sociali risponde solo la società con il suo patrimonio.

La disciplina delle COOP, oltre che nel Titolo VI del codice civile, è altresì contenuta in molteplici provvedimenti legislativi di settore, che individuano diverse tipologie di COOP cosiddette “speciali” (COOP di produzione lavoro, COOP sociali, COOP agricole, COOP edilizie, ecc..).

L’elaborazione di uno Statuto di società cooperativa richiede pertanto particolare competenza ed attenzione.

I tipi di società di persone

Il codice civile prevede anche altri tipi di società come le società di persone, le quali non sono state novellate dalla riforma del diritto societario e precisamente:

La società semplice

La società semplice è il tipo più elementare di società; essa non può essere utilizzata per l’esercizio di un’attività commerciale. Non è soggetta al fallimento in quanto non può esercitare attività commerciale.

Dal punto di vista economico, non costituisce un tipo societario particolarmente rilevante, mentre, dal punto di vista giuridico, la sua disciplina, che è dettata dagli articoli 2251 – 2290 del Codice civile, si applica anche agli altri tipi di società personali, salvo quanto espressamente disposto dalla normativa specifica (art. 2293 c.c. e 2315 c.c.).

La società in nome collettivo

La società in nome collettivo (in sigla S.n.c.) è un tipo di società di persone disciplinato dagli artt. 2291-2312 del codice civile in cui tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali (art. 2291 c.c.). Ha normalmente ad oggetto l’esercizio delle attività commerciali di dimensioni medio-piccole, è tenuta all’iscrizione nel registro delle imprese, alla tenuta delle scritture contabili e può essere sottoposta a procedura di fallimento.

La società in accomandita semplice

La società in accomandita semplice (in sigla S.a.s.), nel diritto italiano, è una società di persone che può esercitare sia attività commerciale sia attività non commerciale e che si caratterizza per la presenza di due categorie distinte di soci: il socio accomandatario e il socio accomandante il quale risponde delle obbligazioni contratte dalla società limitatamente alla quota conferita (responsabilità limitata).

 

I COSTI DELLA DITTA INDIVIDUALE.

I COSTI DELLA DITTA INDIVIDUALE.

I COSTI DELLA DITTA INDIVIDUALE.

Quanto può costare aprire una ditta individuale?

Quali sono i costi di una ditta individuale?

È questa la domanda che si pongono tutti quei giovani e non solo loro, che intendono avviare una nuova attività. Con i livelli attuali di disoccupazione giovanile, aprire una ditta individuale può essere una soluzione per crearsi quel lavoro che fuori non si riesce a trovare. Al contempo, quella di mettersi in proprio viene vista anche come una prospettiva di miglioramento della propria posizione lavorativa da chi ha sempre lavorato come dipendente ma sente ormai di aver imparato il mestiere e di poter gestire in autonomia una sua attività. Se tutte queste sono le ragioni che possono portare ad aprire una ditta individuale, vediamo ora quali sono i passaggi che si devono tener presenti e quali i costi legati alle singole procedure burocratiche che portano all’apertura di una piccola impresa di questo tipo.

COSTI DITTA INDIVIDUALE: L’AVVIO DELL’ATTIVITA’

A differenza di altre forme più complesse di attività, la ditta individuale per essere aperta non richiede procedure particolarmente complesse e non è necessario effettuare alcun atto formale presso i notai. Si tratta dunque di unaforma molto semplice di attività, che fa capo in tutto e per tutto alla sola persona del titolare. Ma cosa può spingere ad aprire una ditta individuale e a sceglierla ad esempio al posto di una società? I fattori possono essere molteplici. A volte si opta per questa forma di inquadramento proprio perché la tipologia di impresa che si sta avviando è incentrata sul lavoro di una singola persona e non è necessaria la presenza di altri soci. Altre volte, vi è alla base proprio la scelta di non entrare in società con altre persone, per avere un completo controllo della propria attività e poter prendere liberamente tutte le decisioni in merito, dalle più semplici alle più importanti.

L’APERTURA DELLA PARTITA IVA: I COSTI DI GESTIONE DELLA PRATICA E LE COMUNICAZIONI ALL’AGENZIA DELLE ENTRATE E ALLA CAMERA DI COMMERCIO

Quando si decide di aprire una ditta individuale, la prima cosa da fare è consultarsi con un professionista che possa fornire dei consigli utili, non solo sulle procedure da attuare, ma anche sulla tipologia stessa di attività che si potrebbe avviare. Esistono infatti molteplici varianti che devono essere prese in considerazione prima di effettuare una scelta definitiva. A seconda del tipo di attività, ad esempio, si potrebbe decidere di aprire una ditta di tipo artigianale, per ottenere una serie di agevolazioni. Per rientrare in questo settore, però, occorre essere in possesso di determinati requisiti ed è compito proprio del professionista quello di tenere informati i clienti su tutti questi aspetti. Solo se correttamente informato, il cliente potrà infatti valutare in modo appropriato il da farsi. Occorrerà scegliere un codice Ateco nel quale far rientrare la propria attività, tra quelli resi disponibili dall’AdE e poi si potrà procedere prima con l’apertura della Partita IVA e subito dopo con la relativa comunicazione in Camera di Commercio. Entrambe le pratiche vengono effettuate dal consulente telematicamente e si concludono dunque nel giro di brevissimo tempo. A questo punto la ditta individuale si può considerare attiva e fin da subito è possibile iniziare a lavorare e a fatturare.

Analogamente per le attività commerciali la loro apertura è sempre soggetta a particolari requisiti relativi o alla persona dell’imprenditore oppure al locale dove si intende svolgere l’attività. Di tutto questo la competenza e degli Uffici Comunali del Commercio che a volte agiscono direttamente mentre altre volte con convenzioni presso le Camere di Commercio o gli Uffici Regionali. Normalmente questa iniziale è la fase che presenta la maggiore complessità essendo differenziata la normativa a seconda del tipo di attività che si vuole esercitare e di dove  la si esercita. Per il Commercio all’ingrosso sono previste altre procedure delle quali è competente direttamente la Camera di Commercio.

Dopo questa necessaria brevissima premessa di carattere burocratico amministrativo per effettuare l’apertura della Ditta passiamo all’analisi dei costi per effettuare l’apertura della ditta. Andiamo a vedere nello specifico quanto può venire a costare.
Partiamo dalla Partita IVA. L’apertura è fondamentalmente gratuita, ma c’è ovviamente un costo di gestione della pratica da pagare al consulente. Si tratta di un onorario che comprende la redazione del modello AA/9 7 e la relativa spedizione dello stesso all’AdE. Di solito i costi si aggirano in media intorno ai 50 euro.
A questa spesa si dovrà aggiungere la seconda pratica, cioè l’iscrizione della ditta appena creata in Camera di Commercio. Qui il costo sale rispetto all’apertura della Partita IVA perché vi sono anche delle spese fisse da sostenere. In media, si viene a spendere intorno ai 100 euro, 150 al massimo.
Se la tipologia di attività lo richiede, inoltre, si dovrà andare a scegliere una sede fisica nella quale operare. Questo significa dover sostenere anche un costo legato all’affitto, a meno che non si possieda un locale di proprietà o in alternativa lo stesso ci venga concesso da un familiare disposto a cederlo in comodato d’uso gratuito, quindi con zero spese per l’occupante. Esistono però attività che possono essere svolte anche senza che si abbia un luogo fisico dove ricevere i clienti, basti pensare alle molteplici ditte che lavorano ormai esclusivamente online.
Abbiamo capito dunque che le opzioni possono essere diverse e che non si può parlare di un costo univoco nel momento in cui si apre un’attività. Molteplici possono essere le variabili e occorre valutare di caso in caso. Quel che è certo, comunque, è che tasse e contributi devono essere pagati e andiamo allora a capire quanto incidono questi due aspetti sui costi complessivi che una ditta individuale deve andare a sostenere ogni anno.

ECCO LE SPESE CHE PIU’ PREOCCUPANO I LAVORATORI AUTONOMI:

IL COMMERCIALISTA. Una volta sostenute le spese di apertura, si andrà a concordare con il professionista un onorario di base da cui partire per la gestione della ditta. Ovviamente tale onorario potrà andare a modificarsi nel momento in cui l’attività dovesse crescere e la sua gestione richiedesse un maggior lavoro da parte del professionista.
Si può considerare, comunque, che in media per la gestione di una ditta individuale si spendono circa 1.200 euro, 100 euro al mese che comprendono la tenuta della contabilità semplificata ed ogni altro adempimento, comprese le dichiarazioni annuali con oscillazioni in più o meno per gli altri regimi contabili.
A questa spesa fissa per il consulente, si aggiungono i veri e propri costi di gestione della ditta individuale, che consistono nelle tasse da pagare ogni anno e nei versamenti da effettuare all’Inps per la previdenza.

I CONTRIBUTI PREVIDENZIALI. Costituiscono il costo più pesante per un imprenditore che inizia  l’attività. L’INPS chiede il versamento di contributi in una percentuale del 23,55% del reddito al lordo delle tasse con un minimo di € 3.668,99 annuali che devono essere in ogni caso versati in quattro rate trimestrali di uguale importo.

Ad esempio il reddito minimo annuo da prendere in considerazione per l’anno 2017 ai fini del calcolo del contributo IVS dovuto dagli artigiani e dagli esercenti attività commerciali  nell’anno 2017 è stato pari a 15.548 euro. Pertanto, atteso che le aliquote per il 2017 erano fissate:

  • per la generalità dei contribuenti, al 23,55% per gli artigiani e al 23,64% per i commercianti,
  • per i coadiuvanti/coadiutori di età non superiore ai 21 anni, al 20,55% per gli artigiani e al 20,64% per i commercianti,

il contributo calcolato sul reddito minimale per il 2017 ammontava:

  • per la generalità dei contribuenti, a 3.668,99 euro (3.661,55 IVS + 7,44 maternità) per gli artigiani e a 3.682,99 euro (3.682,99 IVS + 7,44 maternità) per i commercianti;
  • per i coadiuvanti/coadiutori di età non superiore ai 21 anni, a 3.202,55 euro (3.195,11 IVS + 7,44 maternità) per gli artigiani e a 3.216,55 euro (3.209,11 IVS + 7,44 maternità) per i commercianti.

LE IMPOSTE (IRPEF, IRAP ED IVA)

Le imposte vengono versate invece direttamente allo Stato e sono di diversa natura. Abbiamo infatti da una parte l’IRPEF e dall’altra la tassazione dei redditi che viene calcolata in fase di dichiarazione annuale. Naturalmente il titolare di una ditta individuale può dedurre le diverse spese sostenute, sempre in fase di dichiarazione, e ottenere così un abbattimento dell’importo complessivo delle tasse. Circa le imposte l’aiuto e la guida di un buon commercialista sono di assoluta importanza. I rischi di pagare tasse non dovute o per importi superiori a quello di legge sono assolutamente reali e concreti. Per non parlare delle pesantissime sanzioni alle quali si va incontro se non si rispettano gli adempimenti previsti e nei termini previsti. Quindi attenzione ai falsi commercialisti e se siete fortunati cercatevene uno buono che oltre ad essere coscienzioso sia onesto e soprattutto corretto nei vostri confronti. Ormai attraverso la telematica il contatto diretto con il commercialista non è più indispensabile. Si possono seguire bene aziende con sede anche a centinaia di chilometri di distanza.

Per concludere su questo punto i tributi non debbono preoccupare un buon imprenditore perchè essi sono sempre rapportati ai redditi guadagnati. Non esistono tributi fissi se non in misura del tutto marginale.

 

I REGIMI AGEVOLATI
Altro aspetto molto importante relativo ai costi della ditta individuale è la possibilità da parte dell’imprenditore di optare per un regime forfettario, nel caso specifico in cui i ricavi ottenuti durante l’anno non dovessero essere superiori a quanto previsto dalla normativa per ogni specifico codice attività. Con il forfettario si ottiene un notevole risparmio sull’Irpef, che viene pagata solo al 10% o al 15%. Non si versano inoltre Irap, Iva e Addizionali Comunali, ma al contempo si dovranno rispettare determinati paletti che vengono imposti per poter rimanere all’interno di tale regime. Oltre al limite di fatturato, ad esempio, vi è l’impossibilità di assumere dei dipendenti o dei collaboratori per tutto il periodo di tempo in cui si usufruisce dell’agevolazione. Del resto, se si è una piccola ditta individuale, si tratta comunque di un regime molto conveniente, da prendere senz’altro in considerazione. Su questi aspetti, in ogni caso, è sempre il consulente a consigliare al meglio il proprio cliente e a indirizzarlo secondo le caratteristiche della sua attività.

 

ALTRI ONERI ACCESSORI.

Un bravo imprenditore individuale deve inserire nel proprio budget dei costi altre voci che sono:

  • Il diritto annuale da pagare alla Camera di Commercio intorno alle 80 euro annuali;
  • Le tasse comunali che sono quelle del servizio idrico e della fognatura, la tassa sulla pubblicità, la tassa sui rifiuti solidi urbani, la tassa per la concessione dello spazio pubblico, sono di solito di importo non molto rilevanti però vi sono delle comunicazioni da fare per evitare di incorrere in spiacevoli sanzioni.
  • La firma digitale. Ormai essa è diventata indispensabile. La fa la Camera di Commercio dietro il pagamento della somma di € 25,00.
  • l’abbonamento RAI TV per uso commerciale se si utilizzano all’interno del negozio apparecchi radio o TV.
  • Coloro che hanno pubblici esercizi devono versare un contributo annuale alla Regione Calabria di circa 70,00.
  • Bisogna aprire un conto corrente bancario da intestare all’azienda. Tutti i pagamenti con gli Enti e l’Agenzia delle Entrate ormai sono diventati tracciabili e cioè devono avvenire tramite un conto corrente bancario.
  • Si ricorda inoltre che i pagamenti tra privati in contanti superiori a 3000,00 euro costituiscono reato e sono fortemente penalizzati mentre sono liberi se controparte è una Banca o la Posta. Quelli di importo inferiore sono liberi completamente liberi.

I RISCHI DI UNA DITTA INDIVIDUALE

Inutile dirlo, quello della ditta individuale non è un mondo fatto di soli vantaggi, ma anche rischi a carico di chi la apre. A differenza di quanto accade all’interno di una società, infatti, in una ditta individuale tutte le responsabilità sono a carico del soggetto che ne è titolare. Egli investe in quest’attività il suo patrimonio personale e al contempo, nel caso in cui le cose dovessero andare male, provvede, sempre con il proprio capitale personale, a rimediare alla situazione. Se si vengono a creare delle situazioni di debito con il fisco o con i fornitori, ad esempio, saranno i beni personali dell’individuo a essere usati per riparare a tali situazioni. Allo stesso modo, qualora ci si trovi a dover richiedere un prestito, in fase di avvio dell’attività o magari subito dopo, lo si farà individualmente e non a nome dell’impresa, come avviene invece per le società. Ecco perché prima di compiere tale passo occorre pensarci bene ed essere veramente decisi a intraprendere questa strada.

CONCLUSIONI: IL BUON COMMERCIALISTA

Sceglietevi un Buon Commercialista con esperienza e che risponda al cellulare [VOCE, WHAT APPS, SMS, FACEBOOK, ECC.] QUANDO LO CHIAMATE, affrontate sempre con Lui i vostri problemi economici aziendali, seguitene i consigli e vedrete che non avrete da temere niente da nessuno. E se poi avete bisogno di parlare di persona con i servizi delle Compagnie Low-cost si raggiunge qualunque parte del territorio nazionale in poco tempo ed a poco costo.

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